“No time to die”, un film dove Bond non è riuscito bene

RUBRICHE – Le recensione di Marco Violi “l.eternauta”

<strong>Marco Violi</strong>
Marco Violi

Marco Violi, “l.eternauta”, nasce a Roma nel 1992. Da sempre appassionato di fantascienza, come ogni critico è diventato tale perché la sua cronica incapacità di scrivere qualcosa di originale gli fa preferire parlare del lavoro di altri. Quindi siate carini con lui

“No time to die” tradotto: non c’è tempo per morire. Il concetto di tempo è essenziale qui: per noi sono passati sei anni dall’uscita di “Spectre”, l’ultimo film sull’agente segreto più famoso del mondo, e otto da “Skyfall”, uno dei migliori Bond mai visti; mentre non è chiaro quanto sia passato per i personaggi (ma, presumibilmente, poco) e non è l’unica cosa poco chiara del film, che parte velocissimo per rallentare nella sezione centrale e riprendere ritmo prima della fine. Vi tolgo subito un dubbio: “No Time to die”, a mio modesto parere, non è all’altezza dei predecessori.

Intendiamoci: 007 è sempre un bellissimo intrattenimento; non mi è mai capitato di annoiarmi guardandolo e non mi è successo neanche questa volta. Non parliamo di un brutto film, ma di un Bond che non è riuscito bene. Il concetto è significativamente diverso, perché 007 non è più considerabile come un film di spionaggio, in quanto fa genere a sé.

Il nuovo capitolo è ben diretto da Cary Joji Fukunaga (“True Detective”), così come sono impeccabili la fotografia di Linus Sandgren (“La battaglia dei sessi”; “First man”) e gli effetti speciali, mentre la colonna sonora di Hans Zimmer si adegua senza strafare. Le pecche del film stanno nella scrittura, a opera dello stesso Fukunaga insieme a Neal Purvis, Robert Wade e Phoebe Waller-Bridge (vincitrice del Golden Globe come miglior attrice in una serie comica per Fleabag).

La colpa più grave è senza dubbio la banalizzazione degli antagonisti: Obruchev (David Dencik) né affascina né tantomeno inquieta; mentre il tanto atteso Lyutsifer Safin (interpretato dal premio Oscar Rami Malek) sembra il villain di un b-movie e, alla fine, non si capirà neanche quale fosse realmente il suo piano. In generale, poi, molte situazioni sanno di già visto: Bond che non fa più parte del MI6 ma decide di rientrarvi; i contrasti con M; il lato oscuro dei “buoni”; i dubbi sulle identità dei nemici.

Con il Bond di Daniel Craig si era scelto sin da subito di puntare sul lato umano e fragile di 007 e il mix aveva funzionato bene in “Casino Royale” e “Quantum of Solace”, i suoi primi due film (che possono considerarsi come un tutt’uno), per toccare poi l’apice in Skyfall, dove furono aggiunti anche altri ingredienti: se infatti nel suo primo film Craig interpretava un agente segreto alle prime armi, in Skyfall lo vedevamo improvvisamente vecchio e acciaccato e Sam Mendes riusciva a mettere in scena ciò che nessun regista aveva mai osato: invecchiare 007, dargli un senso di tempo che scorre, mostrandoci come una vita vissuta a mille all’ora possa consumare persino il miglior agente segreto.

Il Bond di Fukunaga, invece, cancella tutto questo e l’agente segreto corre, picchia, salta in aria, accelera, spara e si proietta infaticabile da un lato all’altro del mondo, toccando ben quattro continenti e ignorando anche quella che era stata una grande intuizione di Marc Forster, regista del secondo film con Daniel Craig, “Quantum of Solace”: «Le persone ora viaggiano molto […] per questo è più interessante un viaggio interiore, nel più profondo di Bond.»

Questo viaggio interiore Bond lo compie anche in quest’ultimo film, la sensazione, però, è che si siano saltate parecchie tappe e, ora che il viaggio è giunto al termine, la domanda da porsi è se ci ha portati dove volevamo. Se, arrivati a destinazione, abbiamo scrollato le spalle; oppure se invece restano ancora i brividi per ciò che abbiamo visto.

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